VIDE: Hamann
Il più appassionato, il più coerente, il più estremo e implacabile nemico dell’Illuminismo e, in particolare, di tutte le forme di razionalismo del suo tempo (visse e morì nel diciottesimo secolo) fu Johann Georg Hamann. L’influsso, diretto e indiretto, che egli esercitò sulla rivolta romantica contro l’universalismo e il metodo scientifico in ogni sua versione fu considerevole e forse decisivo.
A prima vista può sembrare assurdo attribuire tutto questo a un uomo il cui nome è così poco noto nei paesi di lingua inglese. Lo troviamo tutt’al più menzionato nelle nostre enciclopedie maggiori, o più specialistiche, come uno scrittore esoterico, confuso e oscuro fino a essere totalmente incomprensibile: una figura eccentrica e isolata, alle cui idee non si fa in pratica alcun cenno, se non per dire che era divorato da una forma di cristianesimo profondamente personale – una sorta di pietismo –, che credeva nelle verità occulte della rivelazione divina e nell’ispirazione letterale della Bibbia, che rifiutava l’ateismo francese e il materialismo del suo tempo, ed era al massimo una figura minore del movimento letterario tedesco noto come Sturm una Drang. Le storie e le monografie letterarie lo presentano talora come un esponente marginale dell’indirizzo «preromantico» che agitò le acque della letteratura tedesca negli anni Sessanta e Settanta del Settecento; egli compare nelle biografie di Kant come un suo concittadino di Königsberg, dilettante infelice e filosofo amatoriale che ricevette una volta l’aiuto di Kant e che lo criticò senza averlo capito; e le biografie di Goethe ricordano talvolta che quest’ultimo intendeva pubblicare le opere di Hamann, e si limitano a qualche ammirata citazione ripresa dalla sua autobiografia, Dichtung und Wahrheit.
Non affiora mai, però, un profilo ben definito: in queste storie letterarie Hamann rimane sempre (come nella sua vita) ai margini della corrente; potrà essere oggetto di una tiepida curiosità, attrarre qualche storico della teologia protestante o, più facilmente, passare del tutto inosservato. Eppure Herder, di cui è difficile contestare il ruolo decisivo nell’evoluzione del pensiero storico e sociologico, gli scrisse una volta che si accontentava di essere «un cammelliere turco, addetto ad ammassare mele sacre davanti al suo divino ambiatore, che porta il Corano». Herder riveriva Hamann come un uomo di genio, guardava a lui come al più grande dei suoi maestri e, dopo la sua morte, ne venerò le ceneri come le reliquie di un profeta. L’America prese il nome da Amerigo Vespucci, ma fu Colombo lo scopritore del grande continente, e in questo caso Colombo, come Herder dichiarava apertamente, era Hamann.
F.H. Jacobi, discepolo di Hamann, trasmise gran parte del suo pensiero ai metafisici romantici dei primi anni dell’Ottocento. Schelling lo considerava un «grande scrittore», che forse Jacobi non comprendeva affatto; Niebuhr parla della sua natura «demoniaca» e della sua forza sovrumana; Jean Paul dice che «il grande Hamann è un cielo profondo, pieno di stelle telescopiche e di nebulose che nessun occhio umano riesce a distinguere», e si profonde in elogi di inaudita prolissità, anche per uno scrittore romantico, del suo genio assoluto e insuperabile; nello stesso spirito Lavater dice di accontentarsi di «raccogliere le auree briciole cadute dalla sua mensa», e anche Friedrich Karl von Moser, «il Burke tedesco», ammira il suo volo d’aquila. Anche se alcuni di questi elogi nascono da un entusiasmo temporaneo, che lasciò poche tracce sulle generazioni successive, ci sentiamo incuriositi da questa figura singolare, in parte oscurata dalla fama dei suoi discepoli.
Lo studio di Hamann non è avaro di ricompense: egli è uno dei pochi critici dell’epoca moderna assolutamente originali. Senza avere debiti – per quanto ci risulta – con nessuno, attacca l’ortodossia imperante con armi talora obsolete e talora inefficaci o assurde: ma abbastanza forti da ostacolare l’avanzata del nemico, da attirare alleati alla sua causa reazionaria e da avviare – se mai si può attribuire a un singolo tale impresa – la resistenza contro la marcia settecentesca dell’Illuminismo e della ragione, quella resistenza che culminò poi nel Romanticismo, nell’oscurantismo e nelle correnti politiche reazionarie, in un grandioso rinnovamento delle forme artistiche e, alla fine, in un danno permanente alla vita sociale e politica degli uomini. Una figura del genere merita una certa attenzione.
Hamann è il pioniere dell’antirazionalismo radicale. I suoi contemporanei Rousseau e Burke non meritano questo appellativo, perché le idee propriamente politiche di Rousseau sono classiche nel loro razionalismo, mentre Burke, pur denunciando le teorie fondate sulle astrazioni, fa appello al pacato buon senso dell’uomo riflessivo. In Hamann non vi è nulla di tutto ciò: ovunque l’idra della ragione, della teoria, della generalizzazione, innalzi una delle sue teste mostruose, egli colpisce. Hamann approntò un arsenale da cui i Romantici, anche i più moderati, hanno tratto alcune delle loro armi più efficaci: Herder, una mente lucida e fredda come il giovane Goethe, lo stesso Hegel, che scrisse una lunga e non troppo amichevole recensione delle sue opere, perfino il pacato Humboldt e i suoi compagni liberali. Hamann è la fonte dimenticata di un movimento che avrebbe finito per inghiottire l’intera cultura europea. [Isaiah Berlin, Il mago del Nord]